sabato 17 giugno 2017

Misure da ricordare, ricordi da misurare

Leonardo ha imparato a correre prima ancora che a camminare. Era alto 76cm.
Il primo giorno di asilo, quando hanno dovuto mettersi in quattro per separare disperatoLUI  da disperataME, arrivava a malapena a 94. Il primo giorno di scuola è andata alquanto meglio, LUI dalla sua vetta di 114cm ha pianto molto di meno di ME che invece ero sempre alta uguale.. La mattina che il suo primo dentino è rimasto incastrato nella brioche aveva da poco raggiunto i 118, oggi ha perso il quarto e di cm ne abbiamo aggiunti una mezza dozzina.

Carlotta a 72cm esatti mi ha fatto capire che voleva danzare sulle punte, poi a 81 ha cambiato idea e ha optato per una carriera da stuntman (possibilmente dagli stivali col tacco). A 89 ha deciso che non si sarebbe mai più succhiata il pollice e l'ha fatto, altro che se l'ha fatto!
Il giorno che ha imparato a pedalare senza le rotelle arrivava in punta di piedi a 1 metro tondo tondo. Oggi si è sbucciata tutte e due le ginocchia sgommando con la bicicletta nuova, le rotelle sono già nel dimenticatoio da almeno 7cm.

Loro crescono senza chiederci il permesso, niente niente, neanche un misero parere spassionato, un consiglio, una dritta. La maggior parte delle volte per una sorta di vendetta silenziosa proviamo a intralciarli e a farli desistere da questa balzana idea
Ma niente, quelli fanno di testa loro e avanzano imperterriti verso l'alto.
Siamo destinati a guardarli salire, crescere, sbocciare. Dolce compito, ci tocca osservarli mentre diventano persone che sanno andarsene per il mondo senza la nostra borsa con il cambio, le salviette umidificate, i cerottini di Nemo, l'Autan in estate.

Gloria per ora è stata battezzata e io le ho regalato il metro per misurarla.
Ho calcolato che più o meno quando imparerà a stare dritta in piedi misurerà a spanne una settantina di cm, quindi cara Chiara (la sua mamma!) hai giusto il tempo per andare a comprare un pennarello indelebile per incominciare fin da subito a prendere nota di tutti i piccoli grandi miracoli di quella creatura! L'elefantino arriva fino a 165cm quindi, a meno che la piccola Gloria non diventi una campionessa di basket, fino a 15 anni dovrebbe bastarle.

Io per le foto non avevo a disposizione Gloria e quindi mi sono arrangiata un pò come potevo. Con una giornata un pò grigia (e quindi qualità foto un pò così così), una ciambella rosa molto più grande della media e una piccola stuntman di 106cm senza tacchi e con la varicella.



"Gloria" pannello in mdf 100cm x 30cm x 14mm
dipinto con smalto acrilico




martedì 9 maggio 2017

Contrado: indossare i miei dipinti!

Ottimo lavoro! Quante volte ve l'hanno detto?
Fare una torta di mele e poi vedere che all'ora di merenda è già andata anche l'ultima fetta... Sferruzzare una sciarpa e ritrovarla dopo tanti anni consumata e scolorita da mille mattine in treno.
Son soddisfazioni, Ma che ve lo dico a fare... Lo sapete benissimo!

L'atto creativo racchiude qualcosa di magico, è un piccolo miracolo. E fin qui siamo tutti d'accordo.

Ma il godimento vero, quello viene dopo, arriva solo nel momento in cui ti rendi conto che quella cosa che hai fatto con le tue mani è entrata a far parte del tuo quotidiano o di quello di chi ti vive accanto.

Con il mio ultimo quadro è andata così in effetti. "Via Arduino" l'ho dipinto e poi fotografato, esposto, condiviso, ho ricevuto complimenti.

Io contenta
Gli altri contenti.
Ma poi finita lì.

Adesso è appeso ad una parete, immobile e vanitoso nel suo farsi ammirare.

Che è quello che fanno i quadri, certo, si capisce.

Però io ad un certo punto ho trovato la cosa riduttiva e anche un pò noiosa.
Insomma, lo dico io che sono una gran modesta, quel quadro è venuto proprio bene, ci ho lavorato così tanto. Avrei voluto sfoggiarlo, portarmelo in giro, usarlo, stressarlo, consumarlo, come i jeans vecchi del liceo, rattoppati e frusti, ma che non toglieresti mai!

Indossare un dipinto. 
Ma non uno qualsiasi, 
un MIO dipinto.


Sì può! Ho scoperto che si può fare! Con Contrado.

Entri nel sito, questo qui, carichi un'immagine, la rielabori e poi puoi scegliere di farla stampare sul tipo di tessuto che più ti piace. 

Ma non solo, e qui stà la genialità di Contrado e la differenza rispetto alle altre piattaforme di stampa on line.

Oltre a poter scegliere tra tantissimi tipi di stoffa c'è la possibilità di progettare capi d'abbigliamento personalizzati. Puoi scatenare lo stilista che è in te : magliette, felpe, ma anche pigiami, tute, cappelli, pantofole, costumi. Ed è facilissimo, non devi avere nozioni di grafica digitale, nè imparare ad usare astrusi programmi online. In più velocissimo, in tre giorni TRE ti arriva il pacchetto a casa.

Veramente una figata!


Io, come primo esperimento, ho scelto il foulard in seta Sensation, è proprio quello che ci vuole per passeggiare in Via Arduino nelle giornate ventose! Ne vado molto orgogliosa, la stampa è assolutamente fedele all'originale, se guardate bene potete ritrovare i particolari del mio quadro e poi, cosa non da poco, si intona benissimo con il paesaggio!







Ho già in mente altri progetti e nella mia lista dei desideri ci sono il pigiama personalizzato con i disegni dei miei bambini, il costume per il mare con dei pesciolini astratti e una serie di articoli per la casa decorati con i miei DecoPanels per i regali di Natale! E continuano a venirmi nuove idee.

Credo che questo sia davvero un ottimo modo per "vivere" le mie opere e non solo guardarle!

Io credo che farò qualche altro esperimento molto presto, ma nel frattempo se foste interessati ad un foulard come il mio o altri prodotti personalizzati con le mie grafiche potete contattarmi qui, poi magari un giorno deciderò di aprire un negozio online come hanno già fatto questi artisti qui, su Contrado UK.
Oppure potreste provare a cimentarvi in prima persona come designer, e in questo caso, fatemi vedere il risultato, mi raccomando!




Ottimo lavoro Contrado!


P.S. Un doveroso brindisi alle mie amiche, Loredana e Stefania, che mi hanno gentilmente supportato per il mio servizio fotografico in pieno centro e nell'ora di punta. Senza dimostrare imbarazzo alcuno. Tre matte a piede libero in pausa pranzo. Vi voglio bene, grazie amiche!








mercoledì 19 ottobre 2016

Stucco e cuori rossi. Una tecnica che assomiglia a Monia

Monia la conosco dai tempi delle medie. Può darsi che ci conoscessimo anche prima, in fondo abitavamo a quattro case di distanza quindi di sicuro ci siamo viste almeno di sfuggita. Ma non ricordo. Ricordo però benissimo la Monia del liceo.

Ma ce l'avrete avuta anche voi almeno una "Monia" al liceo. Ne sono sicura.

Quasi sempre in fondo alla classe, non per negligenza o per disinteresse.
Per mangiare.
Sì, per mangiare senza dar troppo nell'occhio. Due cracker, un biscottino, un cioccolatino, chilometri di dietorelle alla frutta. Sì perchè lei con le carte delle caramelle ci faceva delle ghirlande infinite e poi insegnava anche a noi a farle e allora giù a mangiarne per allungare la catena. Tanto erano dietetiche. Lei e le altre due o tre della penultima fila mangiavano di tutto, ma senza prendere un grammo. Che invidia. Mai un grammo, mai un'ombra di cellulite. Un fisico atletico e sodo, muscoli che a me non sarebbero venuti nemmeno con dieci sessioni di allenamento alla settimana.

Una volta siamo andate a correre insieme io e lei.
Io in tuta da ginnastica e paraorecchie di flanella. Lei in jeans. Aderenti, i Levis 501. Non andavano ancora di moda i tessuti elasticizzati, i jeans stretti non erano skinny, erano stretti e basta. Senza zip, con i bottoncini. Cinque bottoncini che ti facevano sudare solo al pensiero di chiuderli tutti, coricata sul letto e trattenendo il fiato.Se li prendevi di una taglia in meno ancora meglio. Io nemmeno riuscivo a sedermici con quei jeans. Ricordo benissimo che mi esplosero letteralmente addosso dopo una vacanza al mare. Monia ci andava a correre come se niente fosse. Così, per farvi capire il personaggio.

Monia aveva una Smemo che occupava tutto lo zaino, ripiena come un calzone napoletano. Alla fine del primo quadrimestre la prima e la quarta di copertine si guardavano già in faccia. Piena zeppa di dediche, di pensieri, di canzoni di Vasco e di foto di Ambra Angiolini. Con Vasco è facile, tutti bravi a scriversi il testo di "Alba chiara" su una pagina di diario..
Ma con Ambra no. Alzi la mano chi avrebbe mai osato appiccicare la foto di Ambra quindicenne tra "What's up" dei Four non Blondes e la foto di Roberto Baggio con il codino.
Monia è' stata la prima persona di sesso femminile che conosco ad ammettere pubblicamente che andava pazza per "Non è la Rai". Sia chiaro, piaceva a tutte, tutte ci passavamo i pomeriggi, ma poi facevamo finta di niente, perchè avremmo fatto la figura delle oche giulive ed era l'ultima cosa che volevamo.
Noi eravamo grunge, cantavamo le canzoni dei Nirvana con le camice a scacchi del nonno e gli anfibiazzi logori, parlavamo di occupazione, andavamo alle manifestazioni in autostop, cantavamo con la chitarra e facevamo cene vegane nei corridoi della scuola. Monia no, lei faceva quello che le pareva.
Era molto più anticonvenzionale di noi, perchè sapeva essere se stessa più di tutti gli altri.

Monia è diventata una splendida donna, un'imprenditrice di se stessa e una mamma eccezionale. L'avrei dovuto immaginare già all'epoca del liceo che sarebbe successo. E' una di quelle persone che nonostante gli eventi della vita ti portino altrove, continua a essere una sicurezza, perchè sai che mai è cambiata e mai cambierà.

La cosa in lei che più apprezzo è che ha le idee chiare. Molto chiare. Chiarissime. Sono sempre felice quando la sento, perchè non esiste indecisione nel suo mondo (cosa che invece nel mio mondo abbonda!). Monia ha gusti ben definiti, ho già avuto modo di fare alcuni lavori per lei e ormai tra noi c'è il giusto feeling per capirsi al volo.

Ecco cosa ho fatto l'ultima volta per la sua cucina. Sono tre tele 60x80cm, trattate con stucchi e smalti all'acqua. Accostate formano una composizione con la scritta EAT in rilievo e un motivo di cuori rossi. Semplice. Diretta.
Ho usato una tecnica che avevo già sperimentato su altri lavori fatti sempre per la stessa persona. Ve li farò vedere prima o poi. Questa tecnica mi piace moltissimo, la materia predomina e tutto è lasciato a vista, le imperfezioni vengono esaltate dai colori saturi e in alcuni punti si intravede la trama della tela. Posso dire che è una tecnica "sincera" e "trasparente", semplice ma "glamour", proprio come la personalità di chi me l'ha fatta scoprire.









martedì 27 settembre 2016

"Via Arduino", il "quadro puzzle" e le bugie delle vere verità.

La verità è che sono testona e mi ero ripromessa di non scrivere più nulla fino a che non avessi finito il "quadro puzzle". E così dopo i giorni sono passate le settimane e dopo le settimane sono passati i mesi.

La vera verità è che ho dipinto meno e sempre meno, impegnata, da  settembre scorso in poi, in una nuova passione, quella per l'insegnamento.
(La vera vera verità è che non mi dispiace per niente poter contare su un fisso stipendiale almeno per qualche mese. Una supplenza fino al 30 giugno, per i precari della scuola, è roba da leccarsi i baffi e se non ti lecchi le dita che gusto c'è).

Poi c'è stata l'estate e i bambini a casa in vacanza. 

E l'artitudine appoggiata lì sul comodino, ad aspettare. Perchè in tutto questo tempo la voglia di cose belle e di colori e di pennelli è aumentata a dismisura e ora sto solo cercando il modo giusto per farla rientrare a pieno diritto nell'incastro perfetto delle mie giornate sempre più piene.

Per ora la vera verissima verità è che il quadro puzzle è finito e ve lo voglio far vedere.

Di verità ce ne possono essere tante e tutte un po bugiarde. Come questa vista di Via Arduino con i muri svirgolati e le persiane storte.
La via più bella di Ivrea, nel punto esatto in cui la piazza sale strisciando sui cubetti e il rumore di via Palestro si fa silenzio.
Bella e riservata dal pavè in su fino ai tetti, che ti fa vedere proprio tutto il suo splendore solo se ti distrai e guardi in alto per un momento.

Il quadro puzzle è un quadro 3D, nel senso che la tela ha uno spessore di 7 cm quindi più che un quadro è un parallelepipedo dipinto. Si può guardare da destra, da sinistra, da sotto e da sopra, e non si capisce tanto bene quale sia la vista migliore, sono tutte prospettive troppo bugiarde.
O forse troppo sincere. A voi la scelta.

Via Arduino 80x100x7 olio su tela



particolari...







mercoledì 31 agosto 2016

Pattern d'Agosto e il meccanismo perfetto del ricordare davvero.

Avete presente la scena in cui Anton Ego assaggia la ratatouille?
Avete presente QUELLA senzazione?
Quando basta una leggera pressione nel punto giusto per risvegliare ricordi che non sapete nemmeno voi in quale cassetto della vostra testa avevate archiviato...

La memoria lavora in modi strani. Ma strani strani. Tu scatti foto, scrivi diari, tracci percorsi all'indietro di tutto quello che ti sembra importante. Pensi che in questo modo potrai, un giorno, attingere ai ricordi a comando. Arrivi persino al punto di saperli a memoria, i tuoi ricordi; milioni di fotografie da riguardare all'infinito, calamite da attaccare allo sportello del frigorifero, canzoni da cantare a squarciagola con il finestrino abbassato.

Ma i veri tesori sono già nel tuo dimenticatoio personale. E tornano a galla solo in rarissime ed eccezionali occasioni.

No. Non decidi tu,  nè come, nè quando.


 Flashback da farti venire la pelle d'oca alta alta. Capita che ti si ripresenta , per una frazione di secondo, lo stesso profumo, la stessa voce, lo stesso inconfondibile sapore di quella volta, e allora scatta il meccanismo perfetto del ricordare per davvero.


E' una questione di pancia.

Il nostro cervello è fatto per trattenere  le formule di matematica, le poesie a memoria, le date dei compleanni e i nomi dei sette nani.

Ma la pancia no.


La pancia , lei è fatta per tenersi dentro il sapore dolce e metallico dell'acqua e zucchero col cucchiaino a casa della mia bisnonna, quel disco consumato che fa sembrare più bella la canzone di mille estati fa, la consistenza liscia della colla vinavil spalmata sui palmi delle mani, il profumo di liquerizie arrivando a scuola nel giorno del mercato... Potrei andare avanti ore.
Ha tanti nomi e per ogni sfumatura il significato non cambia e rimane sempre lo stesso.
Chiamalo sfondo, trama, accompagnamento, sottofondo, profumo, sentore, scenografia, texture, retrogusto, sensazione.
Io lo chiamo pattern.

Pattern d'agosto.


Perchè alla fine quello che rende prezioso un ricordo non è il ricordo stesso, ma è quella serie di coincidenze che gli fanno da sfondo e che ci danno l'illusione, quando si ripresentano, di poter tornare indietro nel tempo.

Come Anton Ego quando assaggia la Ratatouille la prima volta.
Che poi anche per lui, la seconda volta non sarà più lo stesso...


I Pattern d'agosto sono sensazioni che vorrei rimanessero lì, sospese nel tempo. La carta da parati sullo sfondo della fotografia in bianco e nero. Il rumore della puntina sul vinile.
Ho postato su Instagram (social come mai prima d'ora, avete notato? eh?!) un pattern per ogni giorno del mese di agosto, sfumature delle mie giornate, piccoli pezzi di vita.

Potete andarle a vedere sul mio profilo Instagram, questo qui.

Voglio pensare che siano immagini evocative e mi piace l'idea che un giorno, rivedendo questo puzzle dai contorni sfumati, tornerò per un istante a questa meravigliosa estate, con la mente, con il cuore e forse anche con la pancia.



lunedì 2 novembre 2015

Di corse, di rincorse, di deliri e di bellissimi ricordi.

Prima ancora di imparare a scrivere.
Prima di imparare a dipingere.
Prima ancora di imparare ad amare.
Prima ancora di imparare a cambiare un pannolino, a curare una bua con un bacio, prima ancora di imparare a tacere quando è il caso.
Prima ancora che inventassero la felpa con la tasca per il telefonino, i pantaloni con la tasca per il telefonino e la giacca con la tasca per il telefonino.
Prima di tutto questo ho imparato a correre.

E la corsa mi ha sempre accompagnato nelle varie fasi della mia vita, a volte anche solo col pensiero (diciamo per quei tre, forse anche quattro anni in cui vero che ho appeso le scarpe al chiodo, ma vero anche che aspettavo il momento buono per riprendere eh...).

L'ho sempre detto alla mia amica Lory, correre è una questione di testa. Puoi anche avere due gambette rinsecchite e il fiato di topolino, ma con una testa ben allenata correrai una maratona intera.

Ecco, io vado a correre per due motivi fondamentali: per poter mangiare la cioccolata (tanta cioccolata) senza troppi sensi di colpa e per pensare.
Devi per forza pensare a qualcosa quando corri, per non stramazzare dopo i primi due metri. Se corri lunghe distanze poi devi far appello ai pensieri più reconditi che il tuo cervello in evaporazione può offrire, devi andare a tirare fuori dai cassetti roba che non pensavi nemmeno fosse ancora legale.
Piano o forte che tu vada, se corri, di sicuro impari a pensare.
A come pensare.
A mettere in fila i pensieri in modo che tra di loro non si intralcino.
A disporli sul piatto uno alla volta per farli durare più a lungo.
Devi per forza affrontare anche cose che eviteresti volentieri, ma una volta sola con te stessa non puoi certo fare finta di niente.
Devi potertici perdere, ma in qualche modo anche saper tornare indietro.

Quanti pensieri ho fatto  dentro a quelle scarpe da ginnastica, quante decisioni prese, quanti litigi con l'altra me e pugni nello stomaco, quante lezioni comprese, quanti discorsi chiusi e quanti casi riaperti.

Lo so, sembra un post delirante, forse lo è.
In realtà volevo solo riflettere su quanto la vita assomigli alla corsa. E su quanto ognuno di noi la affronti in maniera diversa: c'è chi corre perchè insegue qualcosa, chi lo fa perchè sta per essere inghiottito dal nulla, c'è chi è vittima di un moto perpetuo e non può fermarsi mai, chi è in perenne rincorsa per spiccare un ipotetico balzo che lo porterà a chissà quale vittoria.
Poi c'è quello che struscia i piedi (voglia di vivere saltami addosso, per capirci, quello lì) , quello che si scapicolla pur di stare dietro al gruppo, c'è quello che correndo si da i calci nel sedere e quello che va con le ginocchiate sui denti, chi adora saltare gli ostacoli, chi ama la staffetta e il lavoro di squadra, c'è quella che corre con l'amica solo per poter spettegolare delle colleghe.
Poi ci sono i maratoneti: 42 km in solitaria dopo mesi di sudore e sacrifici, per dimostrare qualcosa di importante a se stessi, o forse solo perchè quella volta lì avevano parecchio su cui pensare.
Forse volevo sapere : voi che tipo di corridori vi sentite? O forse volevo solo condividere con voi uno dei miei ricordi più belli di sempre...

2003 . NYC Marathon

martedì 29 settembre 2015

Il coraggio di essere bulbo.

La dichiarazione d'intenti dopo la prima pennellata al quadro-puzzle era ben chiara: portare avanti il lavoro un pezzettino alla volta, senza poter avere una visione d'insieme fin da subito, senza progetto e con tanta improvvisazione. Promettevo addirittura di farmene una ragione. Era il  15 ottobre 2014, scrivevo questo post, e davvero, avevo tutte le migliori intenzioni di perseguire il mio buon proposito. Già mi vedevo a dare sicure pennellate veloci, ad abbozzare allegramente colori e forme, a mettere insieme i pezzi secondo un'ispirazione venuta da lontano come una brezza fresca su un'asfalto torrido.

Ma ho bellamente fallito nel mio intento e ora devo rivedere la mia posizione. 

Sapete perchè?

Perchè io mi vesto a cipolla. 
Forse solo da quando mi è stato concesso il privilegio della maternità, o forse avevo già un'animo bulboso da prima che nascessero i miei bambini. Non lo so. 
Ma credo che la mammitudine qualcosina c'entri in effetti.
Canotta, maglietta, felpa, giubbotto... e magari prima di uscire di casa prendo al volo anche un ombrello che non si sa mai. Più la roba di tutti gli altri ovviamente. Si esce sempre con la valigia in pratica.

Penso e ripenso, progetto, misuro, peso, pondero e poi, solo alla fine, parto.
Sono così nella vita e non potrei essere altrimenti nel mio modo di lavorare.
Devo dare largo spazio alle correzioni, ai ripensamenti, agli aggiustamenti, agli imprevisti.
Che mi piaccia o no. Che vi piaccia o no.

Sono una da velature, non c'è dubbio. 

La cosa migliore è essere sempre esageratamente fedeli a se stessi. 
Avere il coraggio di essere estremamente bulbi, se necessario. 
Anche se l'immagine che vorremmo dare di noi al mondo è un tantino diversa. 
Anche se vorremmo tanto avere il fisico per poter andare in giro senza maglietta della salute il 20 di dicembre. 
Altrimenti si rischia di arenarsi su un quadro-puzzle senza sapere come andare avanti... Oppure  di prendersi un bel raffreddore giusto in tempo per Natale.



LinkWhitin

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